feb
28
2013

I food share è il primo sistema web in ITALIA di condivisione on line di cibo a scopi umanitari.

Il sistema I food share permette di coniugare la richiesta di prodotti agroalimentari per scopi umanitari con il recupero e la messa a disposizione del cibo a partire dal comune cittadino fino alla grande e piccola distribuzione e alle aziende agricole che vorranno offrire il loro surplus a scopi solidali. I food share è un’associazione che ha come mission la condivisione on line di cibo, il progetto parte da uno studio della FAO pubblicato nel 2011 sulla perdita e spreco di cibo a livello mondiale circa un terzo del cibo prodotto ogni anno per il consumo umano - grosso modo 1,3 miliardi di tonnellate - va perduto o sprecato. La piattaforma web può essere utilizzata da singoli donatori, cittadini, associazioni, ong, parrocchie ed enti sociali in genere che vogliono condividere o recuperare risorse alimentari per le fasce in difficoltà della popolazione. La novità è il web, la piattaforma permette tramite registrazione degli utenti la pubblicazione diretta del cibo offerto e la sua localizzazione a livello territoriale, qualsiasi donatore può offrire qualcosa inserendo la località di riferimento  e l’ente/cittadino può prenotare la cesta alimentare a disposizione e gestire autonomamente la consegna/ritiro. I food share è condivisione, è partecipazione solidale nel settore dell’alimentazione umana.

 

feb
28
2013

I numeri della fame

La maggior parte degli affamati del mondo vive nei paesi in via di sviluppo. Secondo le ultime statistiche della FAO, ci sono 925 milioni di affamati nel mondo, dei quali il 98% vive nei paesi in via di sviluppo. La distribuzione nei continenti è la seguente:

578 milioni in Asia e Pacifico;
239 milioni nell'Africa Sub-Sahariana;
53 milioni in America Latina e Caraibi;
37 milioni nel Vicino Oriente e nel Nord Africa;  19 milioni nei paesi sviluppati.

 

Fonte: it.wfp.org 

feb
25
2013

"Per risparmiare energia basta non sprecare il cibo"

 

 

Un modo ‘indolore’ (per l’economia) di ottenere un immenso risparmio di energia? Un gruppo di scienziati dell'Università del Texas di Austin  lo ha individuato nel cibo. La loro conclusione è che se gli Usa smettessero di sprecarlo potrebbero risparmiare circa 350 milioni di barili di petrolio all’anno. Senza spendere un soldo e senza rinunciare alla qualità della vita.

Gli studiosi hanno infatti calcolato che ci vogliono l’equivalente di circa 1,4 miliardi di barili di petrolio per produrre, confezionare, preparare, conservare e distribuire una quantità di cibo pari a quella prodotta in un anno negli Stati Uniti. Tutte operazioni che, naturalmente, richiedono una montagna di energia: le stime indicano tra l’8 e il 16 per cento dell’energia consumata negli Usa è stata assorbita dall’industria del cibo nel 2007. Secondo il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, quasi un terzo del cibo (27 per cento) prodotto viene sprecato. Questo spreco si è tradotto in circa 2 milioni di miliardi di Btu (British thermal unit) di energia dilapidata nel 2007, pari a circa 350 milioni di barili di petrolio, il che rappresenta circa il 2 per cento del consumo annuo di energia negli Stati Uniti.


Morale: basta smettere di sprecare cibo per ottenere un risparmio significativo nei consumi di energia e nella produzione dei gas che mandano in tilt il clima.

Fonte : zeroemission.eu

 

feb
22
2013

Diritto all'alimentazione

Art. 11  Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, "riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la loro famiglia, che includa un’alimentazione adeguata […] nonché il miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita"

feb
21
2013

In Italia, otto milioni di poveri e 38 persone su 100 non cercano il lavoro

I dati del rapporto "Noi Italia" dell'Istituto nazionale di statistica dipingono un Paese in affanno e scoraggiato. Nel 2011 più di una famiglia su dieci, oltre 8 milioni di individui, si è collocata nella fascia di povertà relativa. Male il lavoro: il tasso di inattività (chi né lavora né lo cerca il lavoro) si è attestato al 37,8%, valore tra i più alti in Europa. Il 12% è sommerso

MILANO - In Italia sei famiglie su dieci hanno un reddito inferiore a quello medio. E ben otto milioni di persone sono considerate povere. E' quanto emerge dal rapporto Istat "Noi Italia, 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo".

Povertà. Stando ai dati relativi al 2010, quindi prima dell'acuirsi definitivo della crisi, circa il 57% delle famiglie residenti in Italia ha un reddito netto inferiore a quello medio annuo (29.786 euro, circa 2.482 euro al mese). In Sicilia si osserva la più elevata diseguaglianza nella distribuzione del reddito e il reddito medio annuo più basso (il 28,6% in meno del dato medio nazionale). L'anno successivo, cioè il 2011, gli effetti delle ristrettezze economiche hanno portato più di una famiglia su dieci (l'11,2% del totale) in condizioni di povertà relativa (8,2 milioni di individui). Una su venti è invece in condizioni di povertà assoluta (3,4 milioni di individui). Venendo ai primi mesi del 2012, l'Istituto annota che "il 42,8% delle persone di 14 anni e più si dichiara molto o abbastanza soddisfatta della propria situazione economica". Insomma, sei italiani su dieci non si ritengono tranquilli e il "livello di soddisfazione diminuisce passando dal Nord al Sud del Paese, con una forte variabilità regionale".

Lavoro e scoraggiamento. Nel 2011 in Italia è risultato occupato il 61,2% della popolazione tra 20 e 64 anni, solo un decimo di punto in più rispetto al 2010. L'Istat aggiunge che, nella graduatoria europea, solamente Ungheria e Grecia presentano tassi d'occupazione inferiori. Guardando alle donne, le occupate sono solo il 49,9%. Drammatico il quadro se si interpreta il dato sull'inattività, indice che comprende chi non ha lavoro e non lo cerca ed è quindi un termometro dello scoraggiamento della popolazione. Sempre nel 2011 infatti il tasso d'inattività tra i 15 e 64 anni si è attestato al 37,8%, valore tra i più elevati d'Europa, con l'Italia battuta solo da Malta. Particolarmente elevata quella femminile (48,5%).

Chi esce dal mercato non rientra. La disoccupazione di lunga durata, che perdura cioè da più di un anno, ha riguardato, nel 2011, il 51,3% dei disoccupati nazionali, il livello più alto raggiunto nell'ultimo decennio. Dito puntato anche sul lavoro sommerso, che incide "in misura rilevante a livello nazionale", coinvolgendo nel 2011 il 12,2% delle unità di lavoro complessive. Il Mezzogiorno continua a registrare l'incidenza del lavoro non regolare più elevata del Paese, oltre il doppio rispetto a quella del Nord; a livello settoriale, nell'agricoltura quasi un quarto dell'occupazione è irregolare.

Giovani senza occupazione e poco formati. Il tasso di disoccupazione giovanile, con il 29,1% del 2011, ha registrato invece il quarto aumento annuo consecutivo (poi allungato con ogni probabilità al 2012) e si è posizionato ben oltre il livello medio dell'Unione europea (21,4%). Fosche le tinte del quadro che ritrae la preparazione dei giovani italiani. Solo il 20,3% dei 30-34enni ha infatti conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente), ma nonostante l'incremento del periodo 2004-2011 (+4,7%), la quota è ancora molto contenuta rispetto all'obiettivo del 40% fissato dalla strategia europa 2020. Nel 2011 sono stati più di due milioni i neet, cioè i giovani tra i 15 e 29 anni non inseriti in un percorso scolastico o formativo né impegnati in un'attività lavorativa (il 22,7% del totale), un valore fra i più elevati in Europa. Significativa è anche la differenza di genere, con una percentuale del 20,1% fra i ragazzi e del 25,4% fra le ragazze. Tutta colpa dei giovani allora? Va registrato sul punto che in Italia la spesa in istruzione e formazione è stata pari al 4,5% del Pil nel 2010, valore più basso di quello dell’Ue (5,5%).

Produttività ed export. Meno cupi i dati se si guarda all'andamento del prodotto interno lordo (Pil) pro capite: nel 2011 era stabile rispetto a un anno prima e superiore alla media europea; la quota dei consumi sul pil raggiungeva l'82,7% e l'incidenza degli investimenti era poco sotto il 20%. La produttività del lavoro, con un aumento medio annuo dello 0,9%, risultava comunque in linea con la media Ue. Negli anni più recenti, in linea con l'andamento del ciclo economico, si sono alternate fasi di forte riduzione (-3,9% nel 2009, anno di recessione) a fasi di recupero (+3,7% nel 2010, grazie alla ripresa dell'economia), seguite da una sostanziale stabilità nel 2011. Negli ultimi 10 anni la quota di mercato dell'export italiano sul totale mondiale è diminuita dal 3,9% del 2002 al 2,9% del 2011, seguendo una tendenza comune alle economie avanzate, ma in Europa il nostro contributo all'export verso le altre aree rimane tra i maggiori, con il 10,6% delle merci andate complessivamente fuori dal Vecchio continente. "Il 50% delle imprese esportatrici - ha osservato il presidente dell'Istat Enrico Giovannini - ha aumentato l'export rispetto ai livelli pre-crisi, questo vuol dire che non tutta l'imprenditoria è in crisi". Quanto ai conti pubblici, l'Italia si colloca al terzo posto, dopo la Germania e l'Estonia, tra i Paesi dell'Eurozona per saldo primario, e all'ottavo posto per l'indebitamento netto.

Fonte: repubblica.it

 

feb
21
2013

La nostra Mission

I food share è cultura della solidarietà che si fonda sullo scambio solidale del bene primario, il cibo, fondamento dello sviluppo umano. Il diritto all’alimentazione è un diritto di ogni essere umano come diritto inviolabile. I food share è condivisione, è partecipazione solidale nel settore dell’alimentazione umana.

feb
20
2013

La metà del cibo prodotto nel mondo viene sprecato

La metà del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Se la crisi energetica sta spingendo la società odierna verso un utilizzo più responsabile delle risorse del pianeta cercando fonti alternative ed un uso più efficiente limitando dispersioni e sprechi, sembra che la stessa cosa non succeda per quanto riguarda la produzione alimentare. La metà del cibo prodotto al mondo viene infatti sprecato, questo è il dato sconcertante che emerge da una ricerca presentata a Stoccolma nel corso del World Water Week e condotta dallo Stockholm International Water Institute, dallo UN Food and Agriculture Organization e dall'International Water Management Institute. All’ultimo vertice sulla crisi alimentare (giugno 2008), la Fao ha fatto dell’incremento della produzione alimentare il cavallo di battaglia per risolvere l’emergenza, mentre l’agroindustria preme per l’introduzione massiccia di ogm che (secondo loro) riuscirebbero a nutrire l’intera popolazione mondiale. Ma a Stoccolma si è dimostrato che il problema è altro, si tratta di spreco vero e proprio anziché di crisi di produzione. Il rapporto ha calcolato che nei Paesi poveri tra il 15% e il 5% del cibo si perde in fase di raccolta e tra il 15% e il 20% nelle fasi di trasformazione, trasporto, immagazzinamento. Nei Paesi ricchi invece lo spreco si concentra nel momento successivo all’acquisto, siamo noi consumatori cioè a gettare quantità immani di cibo perfettamente edibile. Invece di cercare di produrre sempre di più stressando le risorse e gli ecosistemi del nostro pianeta, il consiglio dei ricercatori a Stoccolma è di dimezzare lo spreco di cibo entro il 2025, migliorando l’utilizzo dell’acqua, promuovendo un consumo più responsabile di cibo nei Paesi ricchi e ottimizzando la produzione di alimenti.

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