feb
12
2014

Condividere è un atto d'amore

Condivide è un gesto semplice e naturale.

mar
22
2013

Crescita di poveri nel 2013. Quota 4 milioni

Dal 2006 al 2011 in Italia la crisi ha creato 615 nuovi poveri al giorno, per un totale di 1,120 milioni di persone. Portando così il numero di persone in stato di indigenza da 2,3 a 3,5 milioni e, secondo le ultime valutazioni, potrebbe ulteriormente lievitare fino a 4 milioni nel 2013. È la stima di Confcommercio, che ha messo a punto un nuovo indicatore, il Mic (“Misery Index Confcommercio), relativo al disagio sociale. Secondo i dati presentati oggi al Forum di Cernobbio, il Mic ha raggiunto il massimo alla fine del 2012; il tasso di disoccupazione è dell'11,7%, pari a 3 milioni di persone, cui si aggiungono 680mila scoraggiati e 200mila cassintegrati.
Ad aggravare queste fosche previsioni, il calo del prodotto interno lordo italiano che sarà peggiore delle ultime recenti previsioni: per il 2013 Confcommercio prevede un taglio dell'1,7% contro un ribasso dello 0,8% indicato cinque mesi fa. Timide speranze per il 2014, anno per il quale la previsione è di un rialzo dell'1% netto. 

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fonte avvenire.it

mar
15
2013

News: il risparmio alimentare passa da un app. Il paniere alimentare virtuale

 

Paniere alimentare è una nuova applicazione che ti aiuta a fare la spesa: tenendo sempre sotto controllo i prezzi dei prodotti alimentari di produzione italiana.

Per ogni alimento del paniere e possibile consultare:

·         Prezzo medio di vendita al Nord Italia

·         Prezzo medio di vendita al Centro Italia

·         Prezzo medio di vendita al Sud Italia

·         Prezzo medio di vendita Nazionale

·         Il trend di prezzo rispetto alla rilevazione precedente (In salita, stabile, in discesa)

·         Prezzo all’origine

·         Prezzo all’ingrosso

·         Prezzo medio Ultimi 15 giorni

·         Prezzo medio nella grande distribuzione

·         Prezzo medio in Negozio specializzato

·         Prezzo medio al mercato

·         Città con il prezzo più alto rilevato

·         Città con il prezzo basso alto rilevato

I prezzi al dettaglio, imputati da 44 rilevatori sparsi sul territorio nazionale, sono giornalieri e vengono rilevati il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì e il sabato, mentre per la domenica e il lunedì è valida l’ultima imputazione del sabato.  Gli esercizi coinvolti nella rilevazione dei prezzi al dettaglio sono circa 2200 e prevedono categorie merceologiche diverse: discount, ipermercato, mercato, supermercato e negozi di ortofrutta, macellerie, pescherie e alimentari. La disponibilità dei prezzi giornalieri avverrà a partire dalle 13 e 30; prima di questo orario sono validi i prezzi del giorno precedente.  I prezzi all’origine e all’ingrosso sono invece forniti settimanalmente. La rilevazione viene effettuata quotidianamente (dal martedì al sabato) e prevede l’impegno giornaliero di 44 rilevatori; il campionamento dei punti vendita a livello territoriale è stato effettuato, analogamente alla metodologia Istat per il calcolo dei prezzi al consumo, con criterio proporzionale alla quota dei consumi alimentari nelle diverse regioni d’Italia. Inoltre, in ciascun Capoluogo, i punti vendita sono selezionati in base alla localizzazione (centro, semicentro e periferia), all’insegna (per la grande distribuzione) e alla posizione (nel caso dei banchi all’interno dei mercati). Per garantire la rappresentatività del campione il progetto prevede una rotazione delle rilevazioni su 2.200 punti vendita (1.100 punti vendita a settimana secondo un piano di lavoro bisettimanale); la determinazione del prezzo medio di ciascun prodotto è il risultato di una ponderazione dei valori osservati nel corso delle ultime tre rilevazioni e delle quote di mercato dei diversi canali distributivi.

L’articolazione territoriale del campione consente, accanto alla determinazione del prezzo medio di ciascun prodotto a livello nazionale, una sua indicazione per macroarea geografica (Nord, Centro e Sud), al fine di contestualizzare i valori raccolti al territorio di riferimento. Per quanto riguarda i prezzi all’origine di frutta e ortaggi, rilevati dall’Ismea, essi sono riferiti ai soli prodotti italiani. Quindi per alcuni prodotti, come ad esempio ananas e banana (prodotti coloniali), il dato del prezzo relativo all’origine non è disponibile. L’assenza di quotazioni all’origine, all’ingrosso e al dettaglio, in alcuni periodi dell’anno, è determinata dal fattore della stagionalità delle produzioni ortofrutticole e dai relativi calendari di commercializzazione che incidono sull’offerta dei prodotti agroalimentari e, di conseguenza sulla capacità. Paniere Alimentare è uno strumento completamente gratuito basato sul servizio “SMS Consumatori” del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.

 Fonte: alternativeindustries.it

mar
7
2013

La fame e lo sviluppo ha il volto femminile

Circa il 60 per cento di chi soffre la fame cronica, nel mondo, è donna. Ciò è dovuto al fatto che spesso le donne non hanno pari accesso alle risorse, all'istruzione e alla creazione di reddito, oltre ad avere un ruolo minore nei processi decisionali. E quando le donne soffrono fame e malnutrizione, altrettanto le soffrono i loro bambini. Oltre 19 milioni di bambini nascono, ogni anno, sottopeso; conseguenza spesso di un'inadeguata nutrizione delle loro madri prima e durante la gravidanza. Le probabilità per questi bambini di morire da piccolissimi sono venti volte maggiori rispetto a coloro che nascono da una madre adeguatamente nutrita, e coloro che sopravvivono hanno maggiori probabilità di rimanere malnutriti per tutta l'infanzia. Non solo, ma è anche probabile che essi abbiano problemi nell'apprendimento e di salute per tutta la vita. Questo perché la fame e le sue conseguenze vengono passate di generazione in generazione. Le donne, però, non sono solo delle vittime della fame. Rappresentano infatti anche la soluzione migliore e più efficace a combatterla e a prevenirla. In molti paesi, le donne rappresentano l'ossatura portante del settore agricolo e dei sistemi alimentari e sono la maggioranza dei lavoratori agricoli. Giocano anche un ruolo chiave nel garantire la sicurezza alimentare all'intera famiglia. L'esperienza dimostra come, con il cibo nelle mani di una donna, i bambini hanno maggiori possibiltà di ricevere un'alimentazione adeguata. In Africa 8 persone su 10 che lavorano la terra,  sono donne. In Asia, sono 6 su 10.  Nel mondo, le donne rappresentano l'unica fonte di reddito in una famiglia su tre. Si stima che una dieta povera di ferro sia causa di circa 111.000 morti materne, ogni anno. Se è la madre a sostenere la famiglia, le probabilità di sopravvivenza di un bambino, in Brasile, aumentano di circa il 20 per cento.

Fonte wfp.org 

ifoodshare.org

mar
6
2013

I primi della classe nell’industria alimentare e la responsabilità del consumatore

Oxfam lancia l’iniziativa Scopri il Marchio per analizzare le politiche sociali e ambientali delle multinazionali dell’alimentare e avverte: «Le ‘10 Grandi Sorelle’ del cibo fanno ancora troppo poco per tutelare i produttori ed il pianeta, ma i consumatori possono fare la  differenza»

Nato nel quadro della campagna COLTIVA – Il cibo. La vita. Il pianeta, il rapporto di ricerca Scopri il Marchio classifica le politiche adottate dalle 10 maggiori aziende del settore alimentare su 7 tematiche precise: il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei contadini impiegati nella loro filiera nei paesi in via di sviluppo; l’attenzione alla tematica di genere; la gestione della terra e dell’acqua utilizzate nel processo produttivo; le politiche di contrasto al cambiamento climatico; la trasparenza adottata dall’azienda nella propria attività. Altre politiche, seppur fondamentali (es. politica sulla nutrizione o sulla lotta all’obesità, le politiche di riduzione dei rifiuti solidi, la politica finanziaria) non sono state invece oggetto di valutazione specifica.

Sulla base di questi temi, la pagella-Scopri il Marchio ha evidenziato come alcune aziende (ABF, Kellogg’s, Mars) siano nettamente più indietro di altre, come Unilever o Nestlé. Tuttavia, nessuna di queste aziende è oggi leader nella lotta alla fame e alla povertà.

Oxfam ha analizzato per un anno e mezzo le politiche delle 10 più grandi aziende alimentari del mondo. Abbiamo scoperto che alcune aziende si sono assunte degli impegni importanti, che meritano un riconoscimento. Tuttavia, nessuna delle 10 maggiori aziende del cibo sta tutelando abbastanza i milioni di uomini e donne che producono e coltivano le loro materie prime, né la terra, l’acqua e l’aria da cui dipende ciò che mangiamo ogni giorno. Eppure le ‘10 Grandi Sorelle’ del cibo guadagnano, complessivamente, un miliardo di dollari al giorno: hanno tutta l’influenza economica, sociale e politica necessaria per fare la differenza nella lotta alla fame e alla povertà globale”, ha aggiunto Elisa Bacciotti.

“Abbiamo voluto analizzare le politiche delle maggiori aziende dell’alimentare perché conoscendole, consumatori e produttori possono cominciare a valutare l’operato di queste aziende, e chiedere loro di fare di più per il bene comune”, dichiara Roberto Barbieri,  Direttore Generale di Oxfam Italia.

Per questo la campagna COLTIVA – Scopri il Marchio lancia la sua prima azione pubblica rivolta ai consumatori, esortandoli a chiedere ai tre giganti del cioccolato – Nestlé, Mondelez e Mars – di proteggere di più le donne che lavorano nella filiera del cacao, realizzando un piano di azione per affrontare il problema della diseguaglianza femminile e promuovendo il loro accesso al credito, alla formazione e a migliori opportunità lavorative.

E’questo che chiediamo ai consumatori: non di smettere di comprare i prodotti che amano, ma di sollecitare alle aziende a comportarsi in modo da restare all’altezza delle loro aspettative. E’ l’enorme potere che abbiamo tutti noi: il potere di tante piccole azioni che contribuiscono a un grande cambiamento.

Fonte oxfam Italia

mar
6
2013

Gli sprechi e gli affamati

 

 

870 milioni di persone, nel mondo, oggi, soffrono la 870 milioni di persone, nel mondo, oggi, soffrono la fame. Circa una persona su sei non ha abbastanza cibo per condurre una vita sana ed attiva. A livello mondiale,  il rischio maggiore per la salute degli individui è rappresentato dalla fame e dalla malnutrizione, più che dall’azione combinata di AIDS, malaria e turbercolosi.

Le principali cause della fame sono i disastri naturali, i conflitti, la povertà endemica, l’assoluta scarsità di infrastrutture per l’agricoltura e lo sfruttamento eccessivo dell’ambiente. Inoltre, per effetto della recente crisi economica e finanziaria, un numero maggiore di persone soffre la fame.

La fame non significa solamente mancanza reale di cibo. Essa si manifesta anche in forme più nascoste. La mancanza di micronutrienti, ad esempio, espone le persone a contrarre più facilmente le malattie infettive, impedisce un’adeguato sviluppo fisico e mentale, riduce la produttività nel lavoro e aumenta il rischio di morte prematura.

La fame non colpisce solamente gli individui ma mina anche le potenzialità  economiche dei paesi in via di sviluppo. Gli economisti stimano che ogni bambino il cui sviluppo mentale e fisico sia alterato dalla fame e dalla denutrizione, ha una minore capacità di generare reddito, nel corso della sua vita, che varia tra il 5 e il 10 per cento.

Tra gli Obiettivi di Sviluppo per il Millennio, stabiliti dalle Nazioni Unite per il XXI secolo, al primo posto vi è il dimezzare la proporzione del numero degli affamati. Nonostante i progressi compiuti nella riduzione della fame cronica  nel corso di tutti gli anni Ottanta e nella prima metà dei Novanta,  nell’ultimo decennio si è registrato un lento ma costante aumento della fame.

Fonte: wfp.org

feb
28
2013

I numeri della fame

La maggior parte degli affamati del mondo vive nei paesi in via di sviluppo. Secondo le ultime statistiche della FAO, ci sono 925 milioni di affamati nel mondo, dei quali il 98% vive nei paesi in via di sviluppo. La distribuzione nei continenti è la seguente:

578 milioni in Asia e Pacifico;
239 milioni nell'Africa Sub-Sahariana;
53 milioni in America Latina e Caraibi;
37 milioni nel Vicino Oriente e nel Nord Africa;  19 milioni nei paesi sviluppati.

 

Fonte: it.wfp.org 

feb
25
2013

"Per risparmiare energia basta non sprecare il cibo"

 

 

Un modo ‘indolore’ (per l’economia) di ottenere un immenso risparmio di energia? Un gruppo di scienziati dell'Università del Texas di Austin  lo ha individuato nel cibo. La loro conclusione è che se gli Usa smettessero di sprecarlo potrebbero risparmiare circa 350 milioni di barili di petrolio all’anno. Senza spendere un soldo e senza rinunciare alla qualità della vita.

Gli studiosi hanno infatti calcolato che ci vogliono l’equivalente di circa 1,4 miliardi di barili di petrolio per produrre, confezionare, preparare, conservare e distribuire una quantità di cibo pari a quella prodotta in un anno negli Stati Uniti. Tutte operazioni che, naturalmente, richiedono una montagna di energia: le stime indicano tra l’8 e il 16 per cento dell’energia consumata negli Usa è stata assorbita dall’industria del cibo nel 2007. Secondo il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, quasi un terzo del cibo (27 per cento) prodotto viene sprecato. Questo spreco si è tradotto in circa 2 milioni di miliardi di Btu (British thermal unit) di energia dilapidata nel 2007, pari a circa 350 milioni di barili di petrolio, il che rappresenta circa il 2 per cento del consumo annuo di energia negli Stati Uniti.


Morale: basta smettere di sprecare cibo per ottenere un risparmio significativo nei consumi di energia e nella produzione dei gas che mandano in tilt il clima.

Fonte : zeroemission.eu

 

feb
22
2013

Diritto all'alimentazione

Art. 11  Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, "riconoscono il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la loro famiglia, che includa un’alimentazione adeguata […] nonché il miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita"

feb
21
2013

In Italia, otto milioni di poveri e 38 persone su 100 non cercano il lavoro

I dati del rapporto "Noi Italia" dell'Istituto nazionale di statistica dipingono un Paese in affanno e scoraggiato. Nel 2011 più di una famiglia su dieci, oltre 8 milioni di individui, si è collocata nella fascia di povertà relativa. Male il lavoro: il tasso di inattività (chi né lavora né lo cerca il lavoro) si è attestato al 37,8%, valore tra i più alti in Europa. Il 12% è sommerso

MILANO - In Italia sei famiglie su dieci hanno un reddito inferiore a quello medio. E ben otto milioni di persone sono considerate povere. E' quanto emerge dal rapporto Istat "Noi Italia, 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo".

Povertà. Stando ai dati relativi al 2010, quindi prima dell'acuirsi definitivo della crisi, circa il 57% delle famiglie residenti in Italia ha un reddito netto inferiore a quello medio annuo (29.786 euro, circa 2.482 euro al mese). In Sicilia si osserva la più elevata diseguaglianza nella distribuzione del reddito e il reddito medio annuo più basso (il 28,6% in meno del dato medio nazionale). L'anno successivo, cioè il 2011, gli effetti delle ristrettezze economiche hanno portato più di una famiglia su dieci (l'11,2% del totale) in condizioni di povertà relativa (8,2 milioni di individui). Una su venti è invece in condizioni di povertà assoluta (3,4 milioni di individui). Venendo ai primi mesi del 2012, l'Istituto annota che "il 42,8% delle persone di 14 anni e più si dichiara molto o abbastanza soddisfatta della propria situazione economica". Insomma, sei italiani su dieci non si ritengono tranquilli e il "livello di soddisfazione diminuisce passando dal Nord al Sud del Paese, con una forte variabilità regionale".

Lavoro e scoraggiamento. Nel 2011 in Italia è risultato occupato il 61,2% della popolazione tra 20 e 64 anni, solo un decimo di punto in più rispetto al 2010. L'Istat aggiunge che, nella graduatoria europea, solamente Ungheria e Grecia presentano tassi d'occupazione inferiori. Guardando alle donne, le occupate sono solo il 49,9%. Drammatico il quadro se si interpreta il dato sull'inattività, indice che comprende chi non ha lavoro e non lo cerca ed è quindi un termometro dello scoraggiamento della popolazione. Sempre nel 2011 infatti il tasso d'inattività tra i 15 e 64 anni si è attestato al 37,8%, valore tra i più elevati d'Europa, con l'Italia battuta solo da Malta. Particolarmente elevata quella femminile (48,5%).

Chi esce dal mercato non rientra. La disoccupazione di lunga durata, che perdura cioè da più di un anno, ha riguardato, nel 2011, il 51,3% dei disoccupati nazionali, il livello più alto raggiunto nell'ultimo decennio. Dito puntato anche sul lavoro sommerso, che incide "in misura rilevante a livello nazionale", coinvolgendo nel 2011 il 12,2% delle unità di lavoro complessive. Il Mezzogiorno continua a registrare l'incidenza del lavoro non regolare più elevata del Paese, oltre il doppio rispetto a quella del Nord; a livello settoriale, nell'agricoltura quasi un quarto dell'occupazione è irregolare.

Giovani senza occupazione e poco formati. Il tasso di disoccupazione giovanile, con il 29,1% del 2011, ha registrato invece il quarto aumento annuo consecutivo (poi allungato con ogni probabilità al 2012) e si è posizionato ben oltre il livello medio dell'Unione europea (21,4%). Fosche le tinte del quadro che ritrae la preparazione dei giovani italiani. Solo il 20,3% dei 30-34enni ha infatti conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente), ma nonostante l'incremento del periodo 2004-2011 (+4,7%), la quota è ancora molto contenuta rispetto all'obiettivo del 40% fissato dalla strategia europa 2020. Nel 2011 sono stati più di due milioni i neet, cioè i giovani tra i 15 e 29 anni non inseriti in un percorso scolastico o formativo né impegnati in un'attività lavorativa (il 22,7% del totale), un valore fra i più elevati in Europa. Significativa è anche la differenza di genere, con una percentuale del 20,1% fra i ragazzi e del 25,4% fra le ragazze. Tutta colpa dei giovani allora? Va registrato sul punto che in Italia la spesa in istruzione e formazione è stata pari al 4,5% del Pil nel 2010, valore più basso di quello dell’Ue (5,5%).

Produttività ed export. Meno cupi i dati se si guarda all'andamento del prodotto interno lordo (Pil) pro capite: nel 2011 era stabile rispetto a un anno prima e superiore alla media europea; la quota dei consumi sul pil raggiungeva l'82,7% e l'incidenza degli investimenti era poco sotto il 20%. La produttività del lavoro, con un aumento medio annuo dello 0,9%, risultava comunque in linea con la media Ue. Negli anni più recenti, in linea con l'andamento del ciclo economico, si sono alternate fasi di forte riduzione (-3,9% nel 2009, anno di recessione) a fasi di recupero (+3,7% nel 2010, grazie alla ripresa dell'economia), seguite da una sostanziale stabilità nel 2011. Negli ultimi 10 anni la quota di mercato dell'export italiano sul totale mondiale è diminuita dal 3,9% del 2002 al 2,9% del 2011, seguendo una tendenza comune alle economie avanzate, ma in Europa il nostro contributo all'export verso le altre aree rimane tra i maggiori, con il 10,6% delle merci andate complessivamente fuori dal Vecchio continente. "Il 50% delle imprese esportatrici - ha osservato il presidente dell'Istat Enrico Giovannini - ha aumentato l'export rispetto ai livelli pre-crisi, questo vuol dire che non tutta l'imprenditoria è in crisi". Quanto ai conti pubblici, l'Italia si colloca al terzo posto, dopo la Germania e l'Estonia, tra i Paesi dell'Eurozona per saldo primario, e all'ottavo posto per l'indebitamento netto.

Fonte: repubblica.it

 

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